C'è un problema che nessuno vuole affrontare. L'Intelligenza Artificiale ci ha dato il potere di produrre qualsiasi cosa in pochi secondi. E noi lo stiamo usando per riempire il mondo di spazzatura.
Il rumore
Lo chiamano "content slop". Immagini belle ma vuote. Testi corretti ma inutili. Video impressionanti che non dicono nulla. L'IA generativa ha abbassato a zero il costo di produzione, e il risultato è prevedibile: quando tutto è facile, tutto diventa uguale.
Il problema non è la tecnologia. Il problema è l'intenzione. Generare un'immagine perché è esteticamente gradevole non basta. Se non c'è un contesto, se non c'è un motivo per cui quell'immagine esiste, se non risuona con nessuno, allora è solo rumore. Rumore bello, ma pur sempre rumore.
Quello che si perde
Quando dipingi, ogni tratto è una decisione. Ogni pennellata porta con sé un pensiero, un'esitazione, un momento di coraggio. Il tempo che ci metti a completare un'opera è lo stesso tempo in cui il tuo cervello la memorizza, la interiorizza, la fa tua.
Con un prompt, quel tempo scompare. Il risultato arriva in due secondi e il cervello non ha il tempo di elaborarlo. Non c'è attrito, non c'è resistenza. E senza resistenza, non c'è ricordo. Prova a pensare all'ultima immagine che hai generato con l'IA. Te la ricordi? Probabilmente no. Prova a pensare all'ultimo disegno che hai fatto a mano. Quello te lo ricordi.
Se usiamo l'IA in modo puramente replicativo, cercando solo di massimizzare la quantità, perdiamo esattamente quello che ci rende umani: l'impatto cognitivo ed emotivo del processo creativo.
Un approccio diverso
La svolta non sta nel produrre di più. Sta nel cambiare completamente il modo in cui usiamo questi strumenti. L'IA non serve per generare risposte. Serve per generare domande migliori.
Invece di delegare la decisione alla macchina, possiamo usarla per simulare scenari. Analizzare rischi. Esplorare possibilità che da soli non vedremmo. E poi decidere noi, con la nostra testa, con il nostro sentire, con quella capacità tutta umana di valutare cosa è giusto per il contesto in cui operiamo.
Nella mia pratica, l'IA genera centinaia di immagini. Ma il valore non sta nell'immagine generata. Sta nella conversazione che quell'immagine apre dentro di me. Sta nel momento in cui guardo un output e penso: "Ecco, qui c'è qualcosa. Qui c'è un'idea che vale la pena portare sulla tela."
Diventare più saggi
L'evoluzione che vedo non è tecnologica. È umana. L'IA non deve sostituire nessuno. Deve espandere le idee, amplificare i sentimenti, dare forma a intuizioni che altrimenti resterebbero vaghe.
Il ruolo dell'essere umano in questo scenario nuovo non è quello dell'operatore che scrive prompt. È quello di chi crea significato. Di chi sa perché sta facendo qualcosa, non solo come. Di chi mantiene la capacità di emozionarsi di fronte a un risultato, di valutare con onestà cosa funziona e cosa no, di scegliere con cura cosa merita di esistere nel mondo.
Gli strumenti cambiano. L'esigenza di senso no.
Ogni volta che apro un modello generativo, mi faccio la stessa domanda: "Cosa sto cercando di capire?" Non "cosa voglio produrre". Se la risposta alla prima domanda è chiara, il risultato si prende cura di sé stesso.